Un paio di settimane fa vi scrissi di come trascorro le feste: mangiando. Un’altra attività, però, è quella della manutenzione della casa: più fa freddo e sono stanca, più provo un’intollerabile compulsione a passare l’impregnante a cera sulle imposte esterne. Come ogni mia occupazione, anche questa implica un’attiva partecipazione dei gatti.
Le cose si svolgono più o meno con quest’ordine: preparo i pennelli, apro il barattolo della vernice e cerco di metterla in salvo dai gatti. Questa mia illusoria convinzione, fa sí che mi rilassi. Nel momento in cui i miei muscoli si distendono, parte l’avanguardia felina, che tasta il terreno (e il barattolo) spingendo il vischioso liquido fino al limite estremo del tavolo che lo ospita. Distratta dall’imminente sciagura, non mi accorgo che le retrovie hanno rubato dei pennelli che imitavano alla perfezione degli aggressivissimi sorci: come non confondersi!
Con i pennelli in tasca e il barattolo in mano, comincio a stendere quel caramello puzzolente; finita la seconda anta, mi rendo conto che sulla prima c’è una strana impronta. Come su di una pietra fossile, scorgo impresso nella vernice il fianco di un mammifero di dimensioni medie, chiaramente sovrappeso e con peli rossi, a giudicare dai resti. Più in là, un’improntina prova con estrema chiarezza che il mammifero in questione aveva dei polpastrelli meravigliosi che strapperebbero morsi al paleontologo più duro.
Non importa se l’anta è rovinata: la mia galleria dei gatti è meglio della Walk of Fame. Sui miei muri e sulle porte hanno lasciato l’impronta artisti della bellezza e icone dell’eleganza, a imperitura memoria: a Graziella con amore, i suoi gatti.
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Oggi mi sono trovata a dover parlare dei Natali passati e, senza rendermene conto, ho cominciato a ricostruirne la cronologia in base ai gatti che mi hanno accompagnato dall’infanzia a oggi. Se per il resto della cristianità il tempo si divide in prima e dopo Cristo, io lo divido in prima o dopo il tale gatto. Le vicende familiari trovano il loro posto nella linea del tempo incastrandosi tra nascite, morti, adozioni, fughe, malattie e ritorni dei nostri mici.
“Quel viaggio l’ho fatto che la nonna era ancora viva, lo so perché avevamo appena adottato Gatto Cinque”; “ricordo che quel Natale in tavola c’era ancora quell’alzata di cristallo perché Gatto Uno non l’aveva ancora rotta, quindi era piccolo… Diciamo nell’88, quindi”; “quell’anno faceva freddissimo, lo so perché fu quando Gatto Undici partorì, e dopo cena facevamo sempre le borse d’acqua calda per le cucce”; “Oddio, che inverno! Fu l’anno delle sterilizzazioni di massa!”.
I gatti sono stati davvero tanti: ricordi tristi quando ci lasciavano, felici quando riuscivamo a guarire un neo adottato malato, divertentissimi in qualunque altro caso. A volte, il tarlo di non aver fatto abbastanza si insinua cattivo ma, per quest’anno, non credo che i fantasmi dei Natali passati verranno a rimproverarci: il fantasma del Natale presente, sostenuto dalla solita quantità esagerata di gatti, ci terrà troppo occupate a pulire, raccogliere cocci, preparare cibo e spazzolare mantelli. E, per quanto riguarda il fantasma del Natale futuro, non so che dirvi: noi gattari siamo come gli animali, viviamo nel presente e ce ne godiamo le fusa in una fredda serata di dicembre.
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A Natale, io mi tramortisco col cibo. Non c’è nulla di figurato in questa mia affermazione: mi tramortisco e basta. Lo faccio anche a Pasqua, ma con cose più sane che, quindi, mi fanno sentire pesante due quintali ma non tolgono lucidità al mio pensiero. Quando c’è una festa, sia pure la domenica, mi sento in dovere di far mangiare meglio anche i gatti, di preparare loro qualcosa di “buono”.
La scatolette che provocano assuefazione, di solito, sono riservate proprio per le occasioni speciali ma, a Natale, c’è qualcosa di immensamente più buono e sano: la carne del brodo. Per quanto ami il brodo detesto quella carne bianca stopposa e senza sapore e, alla fatidica domanda di mia madre “vuoi la carne del brodo?”, io le rispondo che la devolvo ai gatti. Sia ben chiaro, la notizia non viene presa non dico sul serio, ma nemmeno in considerazione. Quando però il giorno dopo la salma esangue del pollo giace ancora abbandonata nella casseruola, mia madre si convince e accetta la mia donazione.
I bimbi pelosi di casa sono ghiottissimi di pollo ma, per mangiarlo condito con tutti i crismi (non pensate a chissà cosa, parlo di verdurine scialbe), devono aspettare Santo Stefano: prima infatti, toccano loro le alici della vigilia! Appena avvertono l’odore del pesce impazziscono: non riusciamo a togliere il pesce dalla carta che delle pallottole con la coda cominciano a rimbalzare ovunque, piangendo e lamentandosi come per chissà quale tortura. I furti dal piano di lavoro, durante la pulizia dei pescetti, sono normale amministrazione: i mici saltano, rubano e scappano con la preda ancora cruda e pulita a metà. Già veder pulire il pesce o avvertirne l’odore mi disturba, ma dover recuperare interiora sotto i letti o sui divani è qualcosa di superiore alle forze anche della gattara più incallita.
Vada come vada, anche questo Natale mi farò del male abbuffandomi di dolci, dei quali non sono nemmeno ghiotta. Mi consolerò sapendo che i miei gatti mangeranno in modo più sano, pesci rubati e cosce di pollo bollito: insomma, il loro menù delle feste ricorda il mio durante un soggiorno in ospedale, anni fa. Ma si sa, a mangiare croccantini e merluzzo i vizi diminuiscono. Anzi, proposito per il nuovo anno: nel 2012 mangerò solo croccantini per non arrivare a Natale e abbuffarmi.
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Oggi è l’Immacolata e, da brava vesuviana, è giornata di allestimento del presepe. Il presepe, a casa mia, è faccenda seria e delicata: il gruppo palestinese della Natività viene trasportato di peso nel ‘700 napoletano, che mia madre ricostruisce con sughero, carta, cartone e ghiaia che altro non è che lettiera per gatti. La complicata e instabile costruzione poggia su quelli che sono due criteri tipici di alcuni quartieri napoletani: verticalizzazione e sovraffollamento. In una casa con un’alta percentuale di abitanti felini, questo è un azzardo che solo la fede incrollabile nelle tradizioni può rendere possibile.
Appena sistemato l’ultimo pastore i gatti, che fino a quel momento hanno manifestato solo un tiepido interesse, si acquattano in attesa del buio; scattata l’ora X, prendono d’assalto il forte. La cosa stupefacente è che ce ne accorgiamo solo una volta che la scorribanda è terminata, e solo da alcuni piccoli segnali, che solitamente consistono in ciuffetti di muschio sul pavimento. Per accedere alla grotta della Natività, infatti, i gatti devono superare lo sbarramento di due pacchianelle, tre o quattro zampognari, un angelo, quattro pastori e cinque pecore, tutti in terracotta. Una delle gatte riesce a entrare senza far cadere nulla e, un paio di volte, l’abbiamo trovata addormentata in uno spazio ristrettissimo tra il bue e l’asinello.
Un’altra invece, più smilza ma meno delicata, fa giri più complessi e, in un paio di occasioni, si è resa colpevole della rottura di una mano di una pastorella o della zampa di un animale, che io e mia sorella abbiamo subito incollato con l’aiuto delle pinzette per le sopracciglia, mentre una di noi distraeva la capofamiglia, che prende ogni attacco al presepe come una questione personale. Altre volte ci siamo chinate rapide ad afferrare il muschio caduto per coprire il delitto felino, mentre la rea ci guardava come per dire “Non proverete mai la mia colpevolezza”.
La gatta anziana, quella mistico-contemplativa, non ama molto il presepe, ritenendolo forse un rituale reso profano da noi, popolino superstizioso. Solo una volta si è ribellata, prendendo di mira un cestino con uova ciclopiche del tutto sproporzionato rispetto ai pastori, che però a noi sorelle era piaciuto tanto da comprarlo e che mia madre non ama perché rovina l’armonia della scena. Quest’anno a guardia del simbolo natalizio sono state erette barriere notturne fatte con le zanzariere: mi sembra una cattiveria, è come cacciare una donna incinta da una locanda… In fondo, alle mie gatte ce piace, ‘o presepe.
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Negli ultimi tempi, mi è capitato di pensare a me come a un ritratto: non vi sto parlando delle eleganti anche se opprimenti atmosfere di James, ma delle cupe vicissitudini del Dorian Gray di Wilde. Io sono per i miei gatti quello che il famigerato ritratto era per il giovane Gray: più loro sono magnifici e commettono nefandezze di ogni tipo, più io invecchio e porto i segni delle loro malefatte.
Oggi, ad esempio, avevo messo in guardia due di loro dal cedere all’istinto della caccia uccidendo un passerotto: “provateci, e quella sarà la vostra cena”. Loro mi hanno guardata con occhi socchiusi, e hanno continuato la caccia ignorandomi. Rientrata, ho scoperto un capello bianco. Ora, io non credo che in 3 minuti spunti un capello bianco e cresca di 8 centimetri, ma ero così presa dalla coincidenza dal non pensare a simili piccolezze. Quando trovai uno dei cuccioli che usava un topino mezzo mangiucchiato come guanciale, dormendo il sonno dei giusti, indietreggiai inorridita; la sera, avrei scoperto una piccola ruga vicino alla bocca.
L’amoralità degli animali non ha nulla a che vedere con l’immoralità degli umani eppure, quei piccoli dandies che vivono nella loro perfezione l’ideale estetico del caro Wilde, mi fanno sentire a disagio, a volte. Quando mi guardano, mi sento realmente colpevole di qualcosa: ammazzano un animaletto? Capello bianco. Distruggono le radici di una pianta eletta a loro toilette? Ruga.
L’assenza di qualunque rimorso e la totale assenza di finzione da parte loro (sì, i gatti non fingono, lo dice Lorenz. Quando ci conviene noi gattari abbiamo sempre la citazione pronta), fa sì che incarnino un esempio di edonismo irragiungibile, per noi. Mi viene in mente una frase di un film: interrogato su di un “essere”, uno dei protagonisti diceva: “Ammiro la sua purezza”. Ah, il film era Alien e, per chi non lo ricordasse, l’essere in questione era una bavosissimo predatore con tanti denti e acido al posto del sangue. Un cucciolone.
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L’uomo è l’unico animale che non apprende nulla senza un insegnamento: non sa parlare, né camminare, né mangiare, insomma non sa far nulla allo stato di natura tranne che piangere. Plinio il Vecchio
Io non ho nulla contro gli esseri umani, anzi! La mia educazione, i miei studi, mi hanno portata ad avvicinami ai prodotti dell’ingegno umano anziché alla natura. I fenomeni fisici e chimici per me sono puri misteri, e raramente mi ricordo che alla base di quei misteri ci sono formule ampiamente dimostrate (da uomini). Davanti a un’eclissi solare, potrei tranquillamente inginocchiarmi e chiedere pietà alle divinità dell’Olimpo. Eppure, tutta questa mia impostazione umanistica crolla, inevitabilmente, davanti a un gatto.
Non ho nulla nemmeno contro i bambini, non sono un mostro, ma mi trovo in quel particolare momento della vita in cui tutti ti fanno presente che stai diventando vecchia e devi fare figli. Normalmente, io rispondo che ho già i miei gatti. I gatti usano la lettiera, molto più economica dei pannolini, tra le altre cose. I miei gatti a poche settimane già sanno cosa fare, dove andare e dove non andare. Non mi chiedono il motorino ma, purtroppo, fanno tardi la sera e non so mai dove sono né con chi. Adesso che ci penso, mi lasciano sensi di colpa come noi ne lasciamo ai nostri genitori: avrei dovuto portarlo dal veterinario più spesso? Ma li farò mangiare in modo sano? A volte temo di essere stata troppo severa, se hanno combinato qualche guaio, ma non mi tengono mai il muso. Inoltre, da quando avevo 13 anni mi sento dire: “I gatti sono pericolosissimi per le donne incinte!” ma, a parte il fatto che a 13 anni avevo sì e no appeso le bambole al chiodo, mi veniva una voglia incredibile di leccarmi i gatti per mitridatizzarmi alla toxoplasmosi, cosa che forse sarebbe potuta accadere più facilmente con tutti gli insaccati e le verdure lavate male che ho ingurgitato in vita mia.
Tornando ai protagonisti della storia della mia vita, i gatti si affidano alle mie coccole anche se mezz’ora prima li ho inseguiti per dare loro qualche medicina, perfino se ho dovuto fare loro qualche iniezione. Tornano da me fiduciosi, aperti, innocenti, e si mettono nelle mie mani. Forse è questa loro fiducia che mi rende così insopportabili le notizie di maltrattamenti sugli animali. Forse, nell’inferno dantesco, tra i traditori di chi si fida dovrebbero andare anche i criminali che fanno del male agli animali. Per ora, gettandomi tra le braccia di chi dice che le gattare trattano i gatti come surrogati dei figli (surrogatti, concedetemelo), mi accontento dei meravigliosi figli delle mie amiche. La zia pazza e gattara è un bello spauracchio: ti mando da zia Graziella e dai suoi gatti, se non mangi! Però non c’è da preoccuparsi: i miei gatti non hanno problemi condividere la lettiera.
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In queste serate di primi freddi, mi capita spesso di assistere a scene inquietanti. Seduta sul divano, vedo la porta-finestra che si apre sul giardino popolarsi di figure sinistre che, dimenticandosi del pasto fatto tre ore prima, si accalcano con l’aria di fiammiferaie uscite dalle pagine di Andersen. In gruppi di cinque o sei, una appoggiata all’altra, assumono pose pietose a beneficio dell’unica spettatrice; con occhi socchiusi, stanno attente a far appannare il vetro in corrispondenza dei nasini quel tanto che basta a dimostrarmi che, miracolosamente, l’inedia e il freddo non le hanno ancora falcidiate.
A due metri da loro ci sono cucce calde e comode, ma i gatti fanno di tutto per farmelo dimenticare. La pentola dove ho lessato il loro merluzzo a mezzoggiorno è ancora nella lavastoviglie, pistola fumante a dimostrazione che la pancia ce l’hanno ancora piena ma, non so perché, riescono a farmi dimenticare anche questo. Le loro pose plastiche, l’occhio semichiuso e le loro sagome appallottolate fanno sì che la mia debole volontà ceda. Esco, e faccio mangiare di nuovo tutti: finalmente il resto della serata passerà tranquillo. Ma, dopo una ventina di minuti appena, il tableau vivant si ricompone: 5, 6 figuranti, aria affamata e zampette rattrappite dal freddo. Per fare più effetto, stavolta, mandano avanti la più piccola. Se fossi un impresario, li scritturerei tutti.
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Mesi fa vi parlai di un gatto rosso che frequenta saltuariamente il giardino e la casa di mia madre. La conoscenza, stavolta, si è approfondita, e ho scoperto nuovi dettagli sull’affascinante gatto. Innanzitutto, è ufficiosamente il gatto di un signore tedesco che viene da queste parti per lunghi periodi di vacanza e che, in sua assenza, lascia alla padrona della casa che fitta l’incombenza di dargli da mangiare, cosa che il gatto fa più volte al giorno in varie case, in realtà. Avendo trovato in mia madre una gattara crocerossina, il signore tedesco le ha lasciato una fornitura di antipulci per il micione fino a Pasqua. In tutta sincerità, non capisco perché mia madre non apra una pensione per animali, visto che i suoi nuovi vicini le lasciano cani e gatti con cadenza regolare.
Il gatto rosso è, in ogni caso, il sogno di ogni gattara: innanzitutto, è enorme. Stropicciarlo è un piacere, dà soddisfazione. In secondo luogo, si fa fare praticamente di tutto: arriva, si abbatte a pancia all’aria davanti a me e miagola come per dire “fai di me ciò che vuoi!”, invito che colgo immediatamente. In casa resta il tempo di spazzolare le ciotole degli altri o di fare un pisolino clandestino su un divano: è nato qui sulla collina, dove è padrone, ed entra solo se ha una porta o finestra aperta dalla quale uscire quando gli va. In effetti, credo che il signore tedesco dica che il gatto è suo più per vezzo che per convinzione. Se cammino nel giardino mi segue facendo le fusa, se mi siedo mi dà delle testate poderosissime contro le gambe e, avendo capito la mia passione, mi porge con solerzia quelle che sembrano essere enormi guance dove avrà le provviste per un paio di inverni, date le dimensioni. Il gatto rosso ha una vocina sottile e delicata, in contrasto con quel suo fisico da lottatore di wrestling, e degli occhioni nocciola che mi hanno conquistata. Insomma, il flirt col gatto rosso sarà l’ennesima scappatella che dovrò tenere nascosta ai miei gatti.
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Ci sono cose, come spazzolare i gatti, che considero manutenzione ordinaria; ci sono cose, come la pulizia delle orecchie, necessaria per alcuni dei miei gatti, che mia madre considera “manutenzione straordinaria”. Ritenendo me (ma solo quando vuole lei) la vera proprietaria dei gatti, le sembra giusto che mi occupi io di queste fastidiose incombenze. Poco importa che, da due anni più alcuni lunghi periodi in passato, i mici stiano con lei: il suo è usufrutto, le cose più pesanti toccano al padrone. Naturalmente, appena dico “se gli animali sono miei, li porto con me”, lei risponde cose del tipo “provaci!”. Credo sappia che si tratta di un bluff, avendo io una doppia famiglia felina.
E così, quando torno a casa non ho nemmeno il tempo di salutare i bimbi che devo armarmi di tovaglioli, garze, ovatta, detergenti vari. Oramai mi vedono come un’infermiera sadica che va a domicilio, di tanto in tanto. Se mi avvicino a loro con un cellulare in mano, con un bicchiere, scappano perchè lo scambiano per qualche ammennicolo vagamente minaccioso. I primi giorni, quindi, li trascorro guardata in gattesco, e gli ultimi recuperando la fiducia. Devo dire, però, che gli animali sono esseri realmente meravigliosi: perdonano qualunque “tortura” e, fiduciosi, si abbandonano quasi subito alle coccole, dimenticando i momenti brutti. E, senza pensarci troppo, mi deliziano della loro presenza sulle mie gambe anchilosate per tutta la notte.
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Sarà capitato a tutti voi, o quasi, di fare visita a un amico che ha un cane. Quando capita a me, gli scenari possibili sono due: il primo, prevede un cane di taglia variabile che mi abbaia contro. Il padrone, quindi, sarà impegnato a mantenere con una mano l’asociale cagnetto mentre, con l’altra, tiene la maniglia della porta per assicurarsi che la sottoscritta non fugga. Le frasi di circostanza sono più o meno: “non ti preoccupare, non morde, vuole solo conoscerti!”. Il fatto che lo conosca dai tempi del liceo è secondario, ognuno ha i suoi tempi…
Il secondo scenario è anche peggio: io sul divano, con il cane seduto di fianco che mi alita sul viso in cerca di una carezza. Se sporgo una mano, per afferrare una tazzina o un posacenere, questa verrà subito intercettata dall’animale con manie di protagonismo. Ogni tanto mi capita qualche cane normale ma, in linea di massima, essere studiata e braccata in maniera così poco discreta non mi fa mai sentire a mio agio.
Quando vado a trovare un gattaro, invece, o quando qualcuno viene a trovare la sottoscritta, il problema è quello opposto: i gatti si dileguano. La frase che più temo è: mi fai vedere i tuoi gatti? Come se fosse facile! I miei gatti si fanno trovare sull’uscio solo quando torna una di noi altrimenti, se sentono la voce di qualche estraneo, svaniscono in una dimensione parallela. Capita, a volte, che qualche ospite scatti in piedi perché, all’improvviso, ha sentito qualcosa vicino al piede. Altre volte, quando sono in vena di massima socializzazione, uno di loro mi viene a chiamare, se l’ora di cena si avvicina e io mi sto attardando a parlare: si affaccia, miagola e se ne va.
Non tutti i gatti sono così, me ne rendo conto. Sono entrata in case dove i gatti continuavano a dormicchiare degnandomi appena di uno sguardo, ma posso affermare con sicurezza che mai un gatto estraneo mi è venuto incontro. Eppure, a volte, mi piacerebbe che i miei micioni ruggissero minacciosi all’arrivo di qualche ospite. Un ruggitino piccolo piccolo, tanto per poter dire “non ti preoccupare, non dilania nessuno, vuole solo conoscerti!”.
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