
Ci sono delle narrazioni che hanno del poderoso: spesso le ricordiamo per via della loro bellezza, della profondità, della verità che contengono. Una di queste è il passo dell’Odissea in cui Argo riconosce il suo padrone Ulisse.
La storia è nota: Ulisse torna a casa dopo vent’anni di assenza e si maschera per non farsi riconoscere. Ma non può mascherarsi agli occhi del suo cane che, dopo due decenni, ancora lo ricorda. La scena è straziante: Argo riconosce Ulisse, scodinzola un pochino, abbassa le orecchie ma è troppo vecchio e malato e nessuno si prende più cura di lui (è pieno di zecche ci racconta Omero). Ma ha potuto fare per un ultima volta le feste al suo padrone. Poi muore. E Ulisse piange. È, questa, l’unica lacrima del forte Ulisse.
Dopo il salto, trovate i versi dell’Odissea che parlano dell’incontro. La traduzione è quella classica di Ippolito Pindemonte: il linguaggio non è contemporaneo (Pindemonte è morto nel 1828), ma lasciatevi trasportare dalla bellezza della poesia e dalla particolarità del momento per gustare pienamente il testo. E magari anche a voi scapperà una lacrima.
Così dicean tra lor, quando Argo, il cane,
Ch’ivi giacea, del pazïente Ulisse,
La testa, ed ambo sollevò gli orecchi.
Nutrillo un giorno di sua man l’eroe,
Ma còrne, spinto dal suo fato a Troia,
Poco frutto poté. Bensì condurlo
Contra i lepri, ed i cervi, e le silvestri
Capre solea la gioventù robusta.
Negletto allor giacea nel molto fimo
Di muli e buoi sparso alle porte innanzi,
Finché i poderi a fecondar d’Ulisse
Nel togliessero i servi. Ivi il buon cane,
Di turpi zecche pien, corcato stava.
Com’egli vide il suo signor più presso,
E, benché tra quei cenci, il riconobbe,
Squassò la coda festeggiando, ed ambe
Le orecchie, che drizzate avea da prima,
Cader lasciò; ma incontro al suo signore
Muover, siccome un dì, gli fu disdetto.
Ulisse, riguardatolo, s’asterse
Con man furtiva dalla guancia il pianto,
Celandosi da Eumeo, cui disse tosto:
Eumeo, quale stupor! Nel fimo giace
Cotesto, che a me par cane sì bello.
Ma non so se del pari ei fu veloce,
O nulla valse, come quei da mensa
Cui nutron per bellezza i lor padroni.
E tu così gli rispondesti, Eumeo:
Del mio Re lungi morto è questo il cane.
Se tal fosse di corpo e d’atti, quale
Lasciollo, a Troia veleggiando, Ulisse,
Sì veloce a vederlo e sì gagliardo,
Gran maraviglia ne trarresti: fiera
Non adocchiava, che del folto bosco
Gli fuggisse nel fondo, e la cui traccia
Perdesse mai. Or l’infortunio ei sente.
Perì d’Itaca lunge il suo padrone,
Né più curan di lui le pigre ancelle:
Ché pochi dì stanno in cervello i servi,
Quando il padrone lor più non impera.
L’onniveggente di Saturno figlio
Mezza toglie ad un uom la sua virtude,
Come sopra gli giunga il dì servile.
Ciò detto, il piè nel sontuoso albergo
Mise, e avviossi drittamente ai Proci;
Ed Argo, il fido can, poscia che visto
Ebbe dopo dieci anni e dieci Ulisse,
gli occhi nel sonno della morte chiuse.
Foto | Ulisse riconosciuto da Argo. Palazzo Milzetti, Faenza
luigi
30 giu 2011 - 10:12 - #1meraviglia :)
ma anche tristezza enorme, per un cane che vedi lì, con gli occhi del mendicante, che desidera molto più di un estraneo capitato lì per caso e per elemosina la padronanza reale della povera e fedele bestia… lo vedi con gli occhi del mendicante che nulla può, ma anche del padrone che vent’anni prima poteva e poteva al massimo del suo vigore fisico, e soprattutto poteva in virtù del legame sovrumano che lo legava all’animale, fedeli e leali uno all’altro senza che quei secondi fini che sono il difetto della nostra natura potessero inquinarli.
Questo è il genio omerico: farci ribollire il sangue perché ribolle a Ulisse, e immedesimarci al racconto non tanto ricordandoci le condotte umane, ma l’effetto che esse hanno su ciò che di davvero innocente crede nell’uomo. In questo senso non c’è Telemaco o Penelope che tenga, o il vecchio padre malato o la madre negli inferi, e persino Ulisse stesso risulta quasi incidentale di fronte a una rabbia e a uno sdegno che è ben più alta cosa rispetto all’ira di Achille.