Quando si parla di cani e gatti, capita che il nostro interlocutore esprima una preferenza. Il gattaro, solitamente, sventola la bandiera del proprio partito con veemenza, elogiando i mici e provando pena per i “profani“. Il canaro, generalmente, è più controllato, sebbene mi sia capitato spesso di sentire amanti dei cani tessere le lodi di Fido parlando non in termini positivi dei cani, bensì negativamente dei gatti. La discussione, come sempre, anziché essere incentrata su ciò che sono i cani, si sposta su ciò che non sono i gatti.
In casi estremi, mi è capitato di parlare con persone che provano addirittura repulsione per i mici. Ecco, questo è un sentimento che non capisco: in fondo, a occhio e croce, i mammiferi di piccola taglia sono spesso simili, e potrebbero addirittura confondersi, in situazioni di luce poco favorevole: spesso scambio per un gatto un coniglio nel prato, quando torno a casa la sera. O magari è davvero un gatto e io dovrei rifare la visita oculistica.
Per il nemico dei gatti, invece, parlare dei gatti è come parlare di una qualche viscida creatura che sbuca dal fango (e mi scusino gli amanti delle viscide creature che sbucano dal fango). Questo livore mi sembra eccessivo e, al di là dell’ailurofobia, non vedo il motivo di tanta antipatia. Da amante dei gatti, dovrei dire che si tratta di gente insicura che deve mantenere su tutto il controllo, che ama le gerarchie rigide e non sopporta le altrui affermazioni di libertà. Da gattara, dovrei annusare subito il pericolo e attaccare; da essere umano, provo subito la sgradevole sensazione che danno gli estremismi.
Foto | Flickr
Tra l’infinito numero di fobie che colpiscono gli esseri umani, ce n’è almeno una che non mi tocca: la paura dei gatti, conosciuta come ailurofobia. Alcune persone, senza un motivo apparente, restano come impietrite di fronte a un micio e, nei casi più gravi, vengono prese da attacchi di panico e difficoltà respiratorie.
L’origine dell’ailurofobia è solitamente traumatica: a volte, da bambini, ci si può avvicinare a un gatto in modo goffo o aggressivo, a causa della poca esperienza, e non è raro che i gatti abbiano reazioni violente. Altre volte, può essere la paura di uno dei genitori a essere “trasmessa” ai bambini: un genitore particolarmente ansioso potrebbe allontanare con veemenza un eventuale gatto, preoccupato che il felino faccia del male al piccolo. A prescindere dal fatto che un gatto non si prenderebbe la briga di aggredire un bambino che non gli dà fastidio, il comportamento del genitore porterebbe il figlio a vedere i gatti come una minaccia.
In realtà il discorso delle fobie è estremamente complicato ed esula dalle competenze dei più ma, se si soffre di ailurofobia, potrebbe essere utile tornare indietro coi ricordi, cercando di isolare l’evento “scatenante”. La buona notizia è che, per chi volesse guarire, esistono dei percorsi da fare con uno psicoterapeuta; data la massiccia presenza di gatti nelle nostre città, deve essere sgradevole farsene influenzare.
Mia sorella e mio cugino sono stati letteralmente sfregiati da un gatto (completamente fuori di testa e intrattabile, a essere onesti) da piccoli: il risultato è che entrambi hanno dei gatti e una sottilissima cicatrice sulla fronte. Forse è un problema familare perchè da noi, se un gatto ti graffia, la prima cosa che viene chiesta al ferito è: “Che cosa hai fatto per farlo innervosire?”. Non si dovrebbe arrivare a questi estremi, ma non si dovrebbe nemmeno fare una tragedia se il proprio figlio ha un incontro poco gradevole col micio: siamo pieni di fobie, evitiamo di trasmetterne qualcuna ai posteri.
Foto | Flickr