In televisione e al cinema, spesso, donne e gatti sono un binomio rappresentato per lo più in modo poco lusinghiero. Chi segue i Simpson avrà una certa familiarità con la maestra di Bart, donna alla perenne ricerca di un amore e con tendenza all’alcolismo. La signorina Caprapall ha un gatto. Nella stessa serie, c’è un personaggio un po’ sopra le righe, sempre scarmigliata e dall’aspetto di una senzatetto, la signorina Eleanor Abernathy. Tale personaggio è conosciuto anche come “la gattara”…
Nel film “Batman Returns” Michelle Pfeiffer, prima di trasformarsi in Catwoman, ha solo la sua gatta ad accoglierla la sera dopo il lavoro, mentre ricorderete un’ossessionata e sfatta Goldie Hawn ne “La morte ti fa bella”, mentre si abbuffa in poltrona, sola e derelitta, circondata dai gatti. In “Colazione da Tiffany”, Holly Golightly dà saltuaria ospitalità e cibo a un gatto, al quale si rifiuta persino di dare un nome, in ossequio al proprio rifiuto di avere legami (attenzione: nel film Holly recupera e tiene con sé il gatto, ma nel libro il micio troverà ospitalità in un’altra famiglia).
Negli Stati Uniti in pratica, se siete donne sole e malinconiche, dovete avere un gatto. Le superdonne alte, belle, manager e con l’agenda piena hanno un cane, che portano quando vanno a fare jogging nel parco; le tristi, fallite, solitarie insegnanti e segretarie hanno un gatto. E un bicchiere in mano.
Il pranzo è finito, finalmente: pessima mossa, quella di cucinare il pollo. Pur di farli stare tranquilli, metà è andata a loro. Fuori c’è silenzio: la strada si animerà più tardi, quando le famiglie torneranno dai ristoranti e dalle passeggiate domenicali. “La domenica… serviva a qualcosa, credo” pensa il gattaro, prigioniero da troppi anni. Ha la netta sensazione che, in passato, la domenica non servisse a ripulire improntine dai muri di casa.
Dopo pranzo le belve sono più calme: si potrebbe uscire, magari. La micia più furba, quella che tra sé e sé il gattaro chiama “la regina del male”, subodora il guizzo di vitalità improvvisa e di desiderio di libertà del padrone, e gli si piazza sulle gambe bloccandogli la circolazione. La regina del male è subdola: morbidissima, bianchissima, dolcissima, socievolissima: sono le peggiori, devi aspettarti di tutto, da questi soggetti.
Grida belluine svegliano il gattaro, che si è addormentato seguendo l’esempio delle sue gambe: non scoprirà mai il motivo di quelle grida, ma la quantità di terra e dalie moribonde nel cortile gli prova che non ha sognato. Dopo una giornata buttata, il gattaro mangia di nascosto gli avanzi del pollo. La strada, come previsto, si rianima. Con una coscia di cacciatora a mezz’aria, il gattaro sospira.
Per fortuna, solo poche ore lo separano dall’ufficio. Certo, adesso vorrebbe alzarsi per bere, e i tre gatti che gli tengono compagnia sul divano lo tengono bloccato, ma la sete è un fatto mentale, si può resistere fino a 7 giorni senz’acqua. Bisogna convincerli a spostarsi tutti sul letto, ma loro sono così felici, gli fanno le fusa come se lui fosse il loro benefattore adorato. Sono così tranquilli, sarebbe un peccato farli alzare! Ogni volta che un gattaro si arrende, mi sembra di vedere un ghigno su quei musetti pelosi.
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Quando mi dedico ai gatti (spazzolandoli, cucinando merluzzo dal mefitico odore, giocando, guardandoli stregata) dico, a chi mi accusa di perdere tempo, che sto gatteggiando. Il gatteggio è un’attività a tempo pieno, che richiede passione, dedizione e, soprattutto, spirito di sacrificio. Le vostre relazioni sociali saranno irrimediabilmente compromesse: la gente vi guarderà perplessa e, se si tratta di persone educate, si limiteranno ad aprire la bocca per commentare, per poi richiuderla immediatamente, mossi da umana pietà.
Il vero problema, infatti, è l’apparente sudditanza psicologica che vi lega ai vostri gatti: non andate in vacanza se non avete persone di assoluta fiducia che se ne occupano (ma in fondo, chi può farlo meglio di voi? Meglio non partire…); vi precipitate a casa perché è l’ora dell’antibiotico per il micino raffreddato, lasciando a metà una cena; dite al commesso del negozio: “no, questo copriletto è bellissimo, ma non lo compro perché il mio gatto ci si farebbe le unghie”. E il momento delle foto sul telefono? Ne vogliamo parlare? Non avendo filmini dalle vacanze da far vedere agli amici (perché in vacanza, abbiamo detto, non ci siete andati), sfoderate il cellulare per far vedere quanto sia divertente quel salto miracolosamente ripreso… Sì, c’è da ammazzarsi dal ridere. O da ammazzarsi e basta.
La gente non ci capisce, ma noi non ci facciamo prendere dallo sconforto: noi siamo gli iniziati, siamo i depositari di misteri che agli altri sono preclusi. Gli eletti, insomma. Gli eletti che puliscono lettiere e spezzettano pesce per la divinità, ma pur sempre eletti. Ed è esattamente per questo che non mi siedo sulla mia fantastica poltrona davanti alla tv: non è mia, è della mia gatta più anziana, che non tollera altri sul suo trono.
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Sono una suddita di Bastet, la dea egiziana dalle fattezze di gatta, questo è lampante. La mia conversione è avvenuta quando avevo pochi anni: mia nonna era già una sua sacerdotessa, e mi iniziò al culto. Niente riti complicati, mi bastava guardarla mentre preparava pentole di cibo e cambiava l’acqua in grandi vaschette. Ogni gatto ha il suo carattere, ripeteva ai familiari, e i “fetenti” esistono anche tra di loro. Quando sentiva un’auto entrare nella stradina, si affacciava al balcone per urlare al guidatore di fare piano, di stare attento ai gatti della colonia. Sì: i vicini la ritenevano una rompiscatole un po’ pazza.
Il mio prototipo della gattara, quindi, è quello che ho avuto sotto gli occhi da bambina: schiva, più frasi gentili rivolte ai felini che agli umani (“gli animali sono meglio dei cristiani” era un’altra frase che sentivo spesso), scandisce la giornata in base ai pasti della colonia. Apre il portone ed è assalita letteralmente da gatti di tutti i tipi, in un turbine di pelo colorato. Da quando si sveglia non fa altro che contare i gatti dal balcone, per assicurarsi che ci siano tutti, che stiano bene. Gli umani le interessano nella misura in cui possono essere una minaccia per la colonia: ritenevo mia nonna ossessionata, ma il destino ha riservato la stessa sorte a noi della seconda e terza generazione.
In un ipotetico culto tributato ai gatti, noi siamo i soggetti: agiamo proteggendoli, nutrendoli, angosciandoci quando orde di bambini, figli di genitori indegni, danno il tormento ai mici. Il gatto è l’oggetto del culto, ovviamente: ci tiene sotto l’incantesimo del suo fascino, ci ricompensa con fusa che lascia cadere dall’alto per gentile concessione. Si fa adorare senza compiere miracoli, se non quello di privare del senno normali cittadini. I gattari sono matti da legare…
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