Un paio di sere fa ebbi un’intuizione brillante: aveva a che fare con l’umiltà che ci viene insegnata nei nostri rapporti coi gatti, contro la boria ereditata dallo stretto rapporto gerarchico cane- padrone. Era un’idea così geniale e articolata che l’ho dimenticata ancora prima di addormentarmi. Ho inseguito quel ragionamento tutto il pomeriggio; andata a fare la spesa, e tenendo presente che per me i supermercati sono il male assoluto e devo quindi trovare ogni pretesto per astrarmi, ho disperatamente cercato di ricostruire il mio pensiero.
Non ho avuto grandi risultati, ma sono rimasta così tanto tempo sovrappensiero davanti allo scaffale del cibo per gatti che ho comprato scorte per due mesi. Tornata a casa, ero estremamente propensa a scrivere della bontà, dell’altruismo e dell’affetto dei gatti, dopo aver passato due giorni a tesserne le lodi nella mia testa. Fino a quando non ho messo piede sul vialetto di casa. In rapida successione, mi si sono parati davanti la testa di un uccello, la zampa di un uccello, il corpo con un’ala dell’uccello e, infine, la seconda zampa e la seconda ala.
Mentre mi facevo coraggio, ho trovato due piante appena travasate con le radici all’aria e i vetri della finestra, appena lavati, pieni di improntine fangose. Perché? Perché dovete sempre rovinare ogni mio slancio? Semplice, avevo dimenticato una delle prime regole: il gatto vi sorprenderà sempre, stravolgendo le vostre convinzioni. I miei piccoli tigrotti hanno avvertito la mia melensa attitudine di questi giorni e mi hanno ricordato di non azzardarmi a rinchiuderli in schemi. All’uopo, un uccello, due piante e un flacone di detersivo sono stati sacrificati. L’insegnamento che ne ho tratto è stato: sii più umile nel giudicare i gatti, e non presumere di poter dare su di loro un giudizio univoco e lapidario. Grazie, mici, per avermi fatto tornare al mio posto.
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La scorsa settimana mi avete lasciata un po’ perplessa ma felice per l’immenso dono di un uccellino che i gatti mi hanno fatto. Vi ho descritto la mia reazione, dicendo che i mici dimostrano l’appartenenza a un gruppo anche in questo macabro modo. Devo dire, però, che negli ultimi sette giorni il mio amore incondizionato è stato messo a dura prova.
Avevamo lasciato l’uccellino nel suo ultimo volo oltre la siepe, dove avevo cercato, in modo davvero insensibile, di disfarmene. La mattina dopo, aprendo le finestre, l’ho ritrovato sulla soglia. Ho allora deciso di dargli degna sepoltura e, una volta espletata la funzione, sono rientrata con la coscienza alleggerita. A ora di pranzo sono uscita. L’uccellino, come in un incubo, mi aspettava sotto la tettoia. Vincendo pena e disgusto, l’ho fatto sparire un po’ più lontano. Inutile dirvi che, a ora di cena e più malconcio che mai, il pennuto è riapparso tra i gatti che aspettavano i croccantini. Nel frattempo la mia coscienza, appesantita dalle scene di giubilo quando la povera vittima era stata sacrificata sull’altare del mio ego gattaro, mi sussurrava all’orecchio il mio crimine. Commesso per amore, ma pur sempre crimine nefando.
Per giorni i gatti non hanno fatto altro che riportarmi la salma, alla fine è diventata una barzelletta: “Esci? Salutami l’uccellino”, “Hai visto l’uccellino? Manca da un po’”. Ogni volta che riappare mi ricorda Jack, l’amico del protagonista di Un lupo mannaro americano a Londra, sbranato dal licantropo e sempre più malmesso a ogni nuova apparizione post mortem. Non so quanto tempo andrà avanti questo orrore, ma se stasera l’uccellino è ancora lì lo porto in terra consacrata. Magari i miei piccoli demoni non lo potranno disseppellire.
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Avete presente il dipinto “American Gothic” di Grant Wood? Bene, mettetelo da parte per qualche istante. Qualche sera fa, affacciandomi in giardino per fare la conta dei gatti e chiedere loro se potessi servire la cena, ho avuto una sorpresa: erano tutti pronti, affiancati sulla soglia, divisi in due gruppi. Al centro, l’inequivocabile spoglia terrena di un uccellino. Data la posizione della salma e quella dei vivi, ho capito subito che si trattava di un dono per noi. Che emozione! Come si è gonfiato di amore materno il mio petto! Dopo quasi due anni quei selvatici mici, dei quali sono riuscita non dico ad accarezzare, ma a toccare solo il 30%, mi hanno detto che finalmente ero una di loro, che eravamo una famiglia.
Se avessi aperto la porta-finestra e mi fossi precipitata fuori sarebbero scappati e, così, ho cominciato la solita pantomima, cercando di mostrarmi entusiasta del dono. Dono che, ovviamente, non poteva essere rimosso mentre i gatti erano ancora lì, a meno di portarlo in cucina, spennellarlo di olio e metterlo in forno. Mai mostrare disgusto verso un regalo, soprattutto così significativo. Dopo aver edotto il mio cinofilo compagno sul significato del presente, l’ho costretto a piazzarsi con me dietro la finestra. E qui torna il dipinto: sostituite alla serietà puritana dei coniugi un falsissimo sorriso in stile Joker e alla senile gracilità di lui un fisico da rugbista giovane. Togliete il forcone al rugbista e dategli una bottiglia di birra. Lei? Identica. Fatte queste sostituzioni, avrete l’immagine mia e della mia metà che, dietro il vetro di sicurezza, ringraziamo sentitamente la nostra famiglia felina.
I miei gatti non hanno fatto altro, negli ultimi 30 anni, che portarci animaletti morti di tutti i tipi, ma questi gattini così difficili da conquistare uccidevano solo per uso personale. Ovviamente, un mio pensiero va al povero uccellino che, magari, era uno di quelli che avevo contribuito a ingrassare durante le ultime nevicate. Ho atteso per qualche ora che i gatti sparissero dalla circolazione, e sono uscita con la paletta per rimuovere la vittima; nel momento in cui l’ho messa nella paletta, sono spuntati di nuovo tutti. Ho iniziato a fingermi indaffarata, cercando di nascondere il corpo del reato. I miei ospiti non mi mollavano e, stanca e infreddolita, ho finto di inciampare nella siepe mentre al buio facevo volare, per l’ultima volta, il povero pennuto. Mi sono sentita feccia, come tutte le volte che non reagisco all’uccisione di qualche animaletto da parte dei miei gatti. Ma come si può fare, altrimenti? Se anche li rimproverassi, non capirebbero, e li confonderei. Vorrei che, per una volta, mi facessero un regalo che possa essere riciclato a Natale: “Tesoro, non abbiamo comprato nulla a tua zia!” “Incartale il posacenere che ci hanno fatto i gatti!”.
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A occhio e croce, sembra che il peccato di accidia sia stato creato da e per i gatti. Pare a prima vista un sinonimo di ignavia, ma non lo è: l’accidioso esercita una volontà, è come fare una differenza tra omicidio colposo e omicidio volontario. L’immagine che mi viene in mente, unendo il gatto al peccato di accidia, è quella di un micione grosso e coricato su un fianco, in uno spicchio di sole. Il gatto ha gli occhi chiusi, ma drizza appena appena un orecchio, avvertendo il ronzio di una mosca. Socchiude un solo occhio, nulla di esagerato; la mosca è lì, a pochi centimetri. Lui è un predatore, il suo dovere è acchiapparla. Ma la pancia è piena e il sole è caldo, il segreto è stare immobili e la mosca, preso coraggio, si avvicinerà.
L’insetto si avvicina con un brevissimo volo, l’occhio del gatto ora è completamente spalancato, le vibrisse tese: uno scatto della zampa, di così breve raggio che il resto del corpo resta immobile. Ma l’operazione non ha successo, e la preda si allontana un po’. L’occhio si richiude completamente, non vale la pena interrompere il riposino. Basterebbero due passi, lui sa che dovrebbe farlo, e forse lo vorrebbe: non sarebbe un grande sforzo, ma ci sono delle sottili catene a fermarlo. Se fosse un essere umano, queste catene si chiamerebbero indolenza e malinconia, ma trattandosi di un gatto la verità è un’altra: quello che voglio, in quanto essere eletto, mi arriverà di diritto. Una mosca persa adesso è una ciotola di croccantini tra un’ora.
Il gatto non conosce sensi di colpa né insoddisfazione, non si lascia scoraggiare, abbandona una lotta solo perché lo sforzo non vale la preda. Il leone sa che le leonesse gli porteranno il cibo, lui deve solo fare ciò che gli riesce meglio: essere splendido. Questa non è accidia, né pigrizia, è consapevolezza del proprio ruolo nel mondo, il re. Io in casa ho sempre avuto un’intera corte di nobili pelosi, perennemente con l’aria di chi si annoia mortalmente. Più sono in alto nella gerarchia, più si annoiano e sono infastiditi. Sta a noi sudditi compiacerli.
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I gatti mi hanno insegnato molte cose: come tendere un agguato a una cavalletta, come arrivare alle spalle di una persona senza farsi sentire, come camminare su un presepe senza far cadere i pastori. Il mio debito maggiore nei loro confronti è, però, l’elaborazione di una teoria filosofica, quella dell’imponderabilità.
Vi faccio un esempio: se dovete sfamare una colonia di dodici elementi, preparerete dodici ciotole di cibo. Una volta distribuite le ciotole, vi renderete conto che un gatto resta fuori. Riconterete le ciotole: dodici. Riconterete i gatti: dodici. A questo punto, capendo che l’aritmetica felina è un’opinione, prenderete una tredicesima ciotola e, solo allora, vedrete spuntare la ciotola “in più”, oramai vuota. Tanto vale lasciare anche la nuova che avete portato.
Se chiudete momentaneamente un gatto in una stanza, perché magari avete un ospite allergico, rivedrete dopo due minuti quello stesso gatto appollaiato sotto la sedia dell’ospite oramai in crisi respiratoria. Nel caso due gatti rifiutino di dividere la stessa cuccia, ne appronterete un’altra; il risultato sarà che un terzo gatto si prenderà quest’ultima, mentre i primi due scopriranno un improvviso piacere nella reciproca compagnia.
Non so come ci riescano, ma i gatti fanno sempre, esattamente, il contrario di ciò che noi vorremmo o qualcosa di completamente al di fuori delle nostre previsioni. Spuntano dal nulla, si moltiplicano, instaurano tra di loro rapporti che a noi sfuggono e, in tutto questo, continuano a guardarci con totale indifferenza. Ogni mia azione nei loro riguardi ha una reazione del tutto imprevedibile: sono anni che cerco un metodo, una costante nei loro comportamenti, ma l’unica costante è l’incostanza. Elasticità mentale e prontezza nell’affrontare gli imprevisti, questa é l’eredità che i miei gatti mi lasceranno: per noi, l’espressione “fare i conti senza l’oste” ha un significato diverso che per il resto del mondo. Noi, i conti, nemmeno ci azzardiamo a farli.
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Ieri ci siamo trovate alle solite: tranquilla discussione familiare davanti a un caffè, spesa ancora da sistemare sulla tavola, sigaretta pronta e gatta con lucertola in bocca che ti precipita addosso dalla finestrella della taverna. La prima cosa che si urla, in questi casi, è “blocca l’accesso alle camere!”. Consentire alla gatta di prendere la rampa di scale vuol dire, infatti, dover recuperare zampette staccate sotto i letti.
Una volta isolato il soggetto cacciatore in un perimetro definito, scatta l’osservazione della preda: è ancora viva? Si può salvare? Il problema delle lucertole è che si fingono morte. I gatti sono abbastanza delicati da tenerle tra le fauci senza fare danni, in modo da poterci giocare ancora un po’. Questo sadismo ci ha permesso di salvare più lucertole che felini, nella nostra storia di gattare seriali. Essendo praticamente impossibile togliere di bocca a un predatore la sua preda, bisogna cercare di distrarlo sperando in una rapida reazione del finto morto, che cercherà, con un po’ di fortuna, di guadagnarsi la salvezza.
Cominciare a danzare in modo selvaggio agitando le braccia, ma senza urlare o sbattere i piedi (il gatto si spaventerebbe e scapperebbe), può tornare utile: il micio vi guarderà con perplessità chiedendosi che vi ha preso. Rimproverarlo è del tutto inutile: è un predatore e, anche se la sua ciotola è piena di croccantini, non potrà far altro che seguire l’istinto della caccia. Le bestiole cacciate, spesso, vengono lasciate in bella vista (sono pochi i gatti che, al giorno d’oggi, mangiano uccellini e topolini): sull’uscio di casa, in salotto quando avrete degli ospiti. Ringraziate e smaltite i corpi secondo la normativa comunale: a differenza di quelli natalizi, non è il caso di riciclare questi regali… A proposito: la lucertola è salva, per ora. La coda no, ma l’ho persa di vista; l’afferrerò, per sbaglio e con sommo disgusto, la prima volta che mi cadrà un orecchino sotto un cassettone o una panca.
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Abito in campagna da più di un anno, e ho scoperto l’esistenza di una quantità di insetti che non avrei mai immaginato. Col passare delle stagioni si avvicendano invasioni di zampe, ali e antenne di tutti i tipi, dimensioni e colori. Ho scoperto di avere un solo alleato, nella lotta quotidiana per la conquista della casa: il rospo. Vedere un rospo che in un battito di ciglia ti ripulisce la soglia è un’esperienza catartica, perché a lui non sfugge nulla, non deve inseguire armato di insetticida uno scarafaggio o un ragno gigantesco che ti si infila nell’armadio. La tregua “voi non vi fate vedere, io non vi ammazzo” non è stata rispettata da nessuno. E il rospo mi vendica.
Una dei miei ospiti felini, però, sembra decisa a non lasciare troppo spazio al mio nuovo amico: lo aspetta ogni sera acquattata di fronte alla sua tana. Più di una volta ho visto gatti o cani avvicinarsi a un rospo per sondare il terreno a assaggiarlo, ma raramente ci hanno riprovato una seconda volta. La gattina non si arrende: miagola, dà zampate, si lamenta con un’espressione disgustata e si lecca compulsivamente il muso dopo essersi avvicinata, ma non si arrende. Si tratta della gatta più giocherellona, quella più attiva e curiosa. Dopo ogni tentativo di approccio fa l’indifferente e si lancia nella tortura della falena più vicina, dando modo al rospo di sentirsi sicuro e di uscire di nuovo allo scoperto. A questo punto, riparte l’avvicinamento.
Non so se ci riuscirà, a farselo amico (o a farlo fuori), ma una costanza simile non l’avevo mai riscontrata. Solo alcuni uccelli, in particolare i merli, riescono a far perdere così le staffe a certi gatti, che fanno della caccia una questione di principio. Fatto sta che mi aspetto di vedere la gattina con uno scatolone della ACME contenente delle scarpe a reazione per inseguire il rospo che come sempre, riuscirà a fuggire con un beep beep.
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I gatti che conosco, quando non dormono, sembrano spesso indaffaratissimi: mi passano davanti con passo svelto, diretti verso un punto ben preciso. Lo sguardo fisso e assorto, la coda diritta, non mi degnano di uno sguardo. Dopo pochi secondi, con la stessa andatura, li vedo dirigersi in direzione opposta. Ma che avranno da fare? Arrivano in un punto, guardano come se fossero l’ammiraglio Nelson quel che hanno davanti, scrutando un orizzonte privo di navi. Dopo di che si dirigono da babordo a tribordo: non avvistano navi nemiche, ma corrono per assicurarsi di avere il controllo su ognuno dei punti cardinali.
Mi fanno venire in mente me al liceo, quando fingevo di mettere ordine tra appunti inesistenti mentre i professori decidevano chi interrogare: “ho da fare, non disturbarmi”. Pagherei per sapere quali leggi spingano a quel pattugliamento dei confini visto che, quando vogliono, le mie sentinelle fanno passare chiunque: l’importante è fingere di essere distratti da altro.
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L’uomo si è spesso ispirato agli animali, nell’ambito della tecnologia: dal volo al nuoto, siamo tutti debitori a quelli che la natura ha designato nostri maestri. Pur non riuscendo a far volare nemmeno un aeroplanino di carta, anch’io nel mio piccolo sono debitrice al mio animale preferito. La prima cosa che mi viene in mente, tra quelle che i gatti mi hanno insegnato, è la pazienza. Un gatto impiega lunghi minuti a osservare la preda, la studia e interviene solo quando riesce a prevedere le sue mosse. Non avendo l’abitudine di piombare dall’alto sulla gente, ho naturalmente trasformato questo rituale di caccia nell’attesa del momento giusto.
Il “contare fino a dieci”, perennemente invocato da mia madre, mi è stato insegnato dai gatti: mentre il felino attende, caricandosi per balzare sul pranzo, io cerco di “scaricarmi” per non aggredire le persone e avere il tempo di analizzare le loro ragioni. Conto ancora fino a 3, 4, ma so che, volendo, potrei resistere fino a 10.
La strategia della circospezione vale anche nell’avvicinarsi agli altri: a volte ho impiegato giorni per riuscire ad accarezzare un gattino. È stata una conoscenza fatta di piccoli passi, e ho capito che la fiducia va guadagnata. I due soggetti stabiliscono delle regole: niente movimenti improvvisi, niente rumori, l’avvicinamento richiede grazia e levità.
I gatti mi hanno anche insegnato a diffidare degli eccessi: un gattaro non dovrebbe mai essere chiuso su di una posizione, non dovrebbe mai presumere di sapere tutto, di avere la ricetta per tirare su dei gatti felici. Un gattaro dovrebbe mantenere uno sguardo sornione, gli occhi socchiusi e, se proprio non è d’accordo con quanto gli viene detto, può sempre far pipì sulla gamba dell’interlocutore.
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Chi ha un gatto o un cane sa che cosa vuol dire spazzare, passare l’aspirapolvere o lavare i pavimenti. Il cane di mia madre, ad esempio, detesta la scopa: appena la vede ringhia, abbaia e la aggredisce, mirando ai punti vitali, secondo l’opinione che ha dei punti vitali di una scopa un barboncino.
La mia gatta più anziana, invece, ha sempre avuto un odio feroce verso lo straccio per i pavimenti. Quando era piccola (e più leggera), non era insolito vedermi passare lo straccio per terra con lei avvinghiata saldamente a un lembo. Visto che non mollava la presa, non avevo altra scelta che utilizzarla a sua volta come strofinaccio.
Il probema dei gatti, però, è che tendono a fare pipì sul primo straccio che trovano: non so se è un problema solo dei gatti che ho frequentato io, ma non lo escludo. Abbiamo pensato che, per quanto pulito, lo straccio conserva sempre l’odore delle pulizie precedenti, e i gatti sono molto sensibili agli odori. Forse, così, ristabiliscono la priorità del proprio (sgradevole) odore su quello degli altri gatti.
Il gatto imitatore del quale vi parlai un po’ di tempo fa, non ha fatto altro nell’ultima settimana che salire sul terrazzo alla ricerca dello straccio che lasciavo ad asciugare dopo averlo utilizzato: rapida pipì e via di corsa. Ho comprato un altro straccio: chissà quanto passerà prima che il gatto rosso lo scopra, rendendolo inutilizzabile. Nel frattempo, come tutti i gatti, potrà continuare a dormire nella paletta per raccogliere i rifiuti.
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