Su facebook ho trovato un’imbarazzante quantità di gruppi di gattari. Non mi sono iscritta a nessuno perché vorrei prima capire il grado di ossessione di ciascuno di essi: più alto sarà, più possibilità avrà di avermi tra gli iscritti. La mia ossessione, ultimamente, riguarda soprattutto la lontananza dai miei padroni, che si protrae da alcune settimane. Le telefonate a casa si riducono a un elenco di nomi: Come sta Gatto 1 (riprendo per comodità il sistema di classificazione adottato dal mio scientifico compagno)? Gatto 2 è tornato? Avete messo l’antipulci a Gatto 3? Gatto 5 odia sempre Gatto 4? Gatto 6 dorme sempre con Gatto 7? La verità è che io non ce la faccio più!
Due settimane fa sono stata mezz’ora esatta infilata sotto il divano di un mio amico, papà di un micio bellissimo. Il micio ama giocare, ma solo come e dove dice lui: quindi… sotto il divano. Il mio amico è un vero signore, e continuava a parlare come se nulla fosse successo, come se il vedere un’ospite che si sdraia per terra fosse una cosa normale. Gliene sono grata.
I miei attuali vicini, invece, sono sicuramente convinti che io sia pazza: ci sono un paio di gattoni che vivono nei dintorni e, nelle ore più tranquille, girano per il vicinato. Il primo si nasconde sempre sotto le auto, passando lungo un fosso riparato. Siccome io ho la super vista gattara, lo noto subito. Lo spettacolo che si presenta a chi passa è quello di una giovane donna con occhiali e capelli lunghi che fa una specie di danza tribale intorno all’auto, piegandosi sulle ginocchia e rialzandosi di scatto, dicendo cose incomprensibili in napoletano con vocetta stridula.
Il secondo, una bellissima gatta bianca a pelo lungo, si nasconde sotto la scalinata esterna di una casa in costruzione. So che è lì perché oramai conosco tutti i suoi orari (sarà stalking?): nella tarda mattinata, si va a godere il fresco se c’è un bel sole caldo o cerca un comodo riparo nelle giornate di pioggia. Lì batto me stessa: saltello da un lato all’altro dei gradini urlando: “Bubù settete! E dov’è quella fetentona, dov’è?”. La gatta, con occhi pieni di commiserazione, si affaccia appena: appena per essere vista da me, ma completamente celata a chi è lontano o a chi è affacciato ai balconi. Avrò bisogno di aiuto? Tempo fa volevo fondare gli Arabisti Anonimi, per chi ha studiato arabo ma lavora in tutt’altro campo. Oggi lancio i Gattari anonimi: Salve a tutti! Mi chiamo Graziella, sono una gattara e non tocco un gatto da quattro settimane.
Foto | Flickr
I miei gatti, spesso e volentieri, spariscono. Terrorizzati da sciagure improbabili e paradossali, cominciamo a chiamarli e a guardare in giro per la casa. Niente. Sempre più in apprensione, passiamo al secondo stadio: aprire e chiudere compulsivamente gli armadi e ogni porta, alzando la voce di qualche tono. Terzo stadio: ripassare per tutte le stanze già controllate, riaffacciarsi alle finestre chiamando con vocine suadenti presto soppiantate da vocioni minacciosi. A questo punto, di solito, si forma una fila di gatti allarmati che ci segue miagolando. Quarto stadio: rassegnazione e/o rabbia. Quinto stadio: il gatto riappare magicamente addormentato sulla poltrona davanti alla quale siamo passati venti volte.
Lui è lì, e apre appena gli occhi assonnati, sorpreso per il trambusto: “che è successo? Io ero qui, sono sempre stato qui”. Ma dove finiscono, i gatti? Io ho una teoria: portali per altre dimensioni spazio-temporali. Il gatto si proietta nel passato o nel futuro, per cui la poltrona appare vuota. Oppure, il gatto si sposta non solo nel tempo, ma nello spazio, esplorando altri mondi e altre epoche. Altri episodi sono più comprensibili: a volte riusciamo a trovare i mici spariti, ad esempio immersi nel cesto della biancheria sporca, placidamente sdraiati.
In alcuni casi, invece, siamo solo convinti di averli trovati: ho già raccontato di quando parlai per un bel po’ col sacchetto nero dell’immondizia. Anni fa, invece, io e mia sorella usavamo mia madre come cavia per esperimenti di suggestione: posizionavamo un vecchio collo di pelliccia nera (sintetica) tra i due cuscini del suo letto. Dopo di che, aspettavamo. Nel giro di qualche minuto partivano le urla, perché l’unico letto terra di nessuno era il mio, e mia madre non ha mai accettato che i gatti dominassero anche in camera sua. Dopo una bella strigliata, solitamente accompagnata anche da frasi tipo “Guarda! Non apre nemmeno gli occhi! Non gliene frega niente di me che le urlo contro!”, mamma si decideva a prendere la “gatta” dal letto. A quel punto oggetto delle urla, poco convinte in verità, diventavamo noi.
Foto | Flickr