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Tutti gli articoli con tag randagismo

Lasci il tuo cane in canile? Ti costa solo 300 euro. Una riflessione

pubblicato da luca


Sembra paradossale ma in un periodo in cui si spinge per svuotare i canili c’è chi non si fa troppi problemi a “ripopolarli”. Come vi abbiamo già detto che il consiglio comunale di Genova ha stabilito che chi non vorrà più tenere con sé il proprio cane potrà lasciarlo liberamente in un canile alla modica cifra “una tantum” di trecento euro. I promotori della direttiva comunale sostengono che questo serva a combattere il randagismo, ma a me viene in mente un’altra cosa: e se questo fosse una sorta di incentivo per liberarsi in maniera legale dei cani “scomodi”?

Pensateci un po’. Quante persone si sono ritrovate ad avere un cane, magari regalato, magari che è cresciuto troppo, magari troppo vivace. Non hanno, per fortuna, l’intenzione di abbandonarlo e allora se lo tengono contro voglia. Il cane, comunque, a loro si affeziona e loro sono la sua famiglia. Ma arriva una delibera che deresponsabilizza queste persone e che, non solo possono liberarsi del “fardello” ma possono farlo in tutta tranquillità pagando una misera cifra. E al cane non ci pensa nessuno? È vero che non rischia la vita in mezzo a una strada, ma come può sentirsi dopo un abbandono del genere? Un abbandono da parte di chi si ama è bruttissimo, che sia su una strada o in un box.

Foto | Flickr

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Tassa di 333 euro a Genova per chi affida il cane al canile

pubblicato da Mentegatto

cane canile

Il Consiglio Comunale di Genova nei giorni scorsi ha stabilito che chi affida il cane al canile dovrà pagare una tassa una tantum pari a 333 euro. La decisione è stata presa con 23 voti a favore e 7 contrari. Un consigliere si è astenuto dal voto, due non hanno votato su 33 presenti.

La tassa sull’affidamento del cane al canile è stata appoggiata dal PD, mentre a contestarla è il ramo del PDL che la definisce addirittura la peggiore delibera degli ultimi cinque anni, affermando che incentiverà i cittadini ad abbandonare i cani.

Secondo i promotori, invece è un segno di rispetto verso gli animali, dal momento che garantirà ai cani abbandonati le cure necessarie, una sistemazione dignitosa ed un’alimentazione adeguata in attesa dell’adozione. Il rischio che i cani vengano lasciati per strada per evitare la tassa, piuttosto esosa, è però abbastanza alto. L’amministrazione spiega, però, che i meno abbienti non sono tenuti a pagarla. Già, ma si sa che i più avidi sono proprio i ricchi e ci auguriamo che questa delibera, nata per favorire il benessere animale, non causi davvero un aumento dei randagi.

Via | Primocanale
Foto | Flickr

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Gattari da legare: Cats and the City

pubblicato da Graziella

cats and the cityLa mia vita da gattara è iniziata prestissimo, durante l’infanzia, e ha avuto come sfondo un grosso paese del Vesuviano che ha da qualche anno assunto ufficialmente lo status di città. Quando mia nonna si trasferì in quella che sarebbe diventata la vecchia casa di famiglia, si trovò in una casa praticamente isolata, lontana dal centro. Volle con sé un grosso cane, per sentirsi più sicura: dai racconti, però, sembra che questo grosso cane fosse più adatto a far giocare i bambini che a spaventare gli intrusi, e che fosse così inefficace da non riuscire a fermare la lenta e inesorabile conquista da parte dell’esercito dei gatti che, in breve, avrebbero trasformato mia nonna in una gattara.

La casa in periferia, poco tempo fa, è stata rivenduta come “centralissima”: l’unica cosa a non essere cambiata, nella geografia del luogo, era la fauna. Con gli anni, le gattare nel vicinato sono aumentate: inizialmente guardavano con sospetto la mia famiglia, ascoltavano i miei parenti parlare coi gatti, portare il cibo, sistemare rifugi. Poi, piano piano, hanno cominciato a parlare anche loro coi gatti. Per carità, non erano la maggioranza! La popolazione del quartiere si divideva equamente tra indifferenti e ostili, ma la vicinanza del fiume faceva sì che la popolazione di topi fosse inversamente proporzionale alla presenza di felini, e questo era un dato di fatto.

La prima immagine che mi viene in mente, se ripenso alla mia infanzia, è quella della vista dalla mia finestra: ogni superficie al sole era occupata da un gatto. Un tappeto soffice che si stendeva oltre la mia limitata visuale. Di notte, se tornavo a casa dopo essere andata fuori, ero costretta a fermarmi e a lanciare urli verso cose che solo io vedevo: “Che ci fai lì? Non devi stare in mezzo alla strada! Fila subito a casa!”. Un movimento visto con la coda dell’occhio, un manto illuminato da un lampione e sapevo subito quale vagabondo redarguire. A quest’esercito di vagabondi si univa l’esercito dei gatti di casa, e per essere arruolati bastava un semplice requisito: essere quanto più possibile malati, col minor numero possibile di zampe e, preferibilmente, essere mezzo sordi. Così è capitato che, quanto più la natura li aveva condannati a morte, tanto più i gatti di casa hanno vissuto rispetto agli altri, quelli sani.

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