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Gattari da legare: Miagolo ergo sum

Gattari da legare: Miagolo ergo sum

Ciascuno dei miei gatti, passati e presenti, ha una propria voce, un proprio modo di miagolare. La più anziana, ad esempio, miagola guardandoti fisso negli occhi, con la voce straziata di una micina sotto tortura. Lancia una specie di grido prolungato che cresce d’intensità, il cui significato varia dall’ho fame al voglio giocare.

La secondogenita cinguetta vezzosa, la terzogenita fa degli incredibili versetti non riproducibili, con una rarissima propensione ai suoni gutturali e a delle sillabe vibrate che mi mandano in visibilio. A volte, non lo nego, prolungo l’attesa del cibo solo per il gusto di ascoltarla.

Ho avuto un gatto che, aggrappato con gli artigli alla zanzariera a un metro di altezza, ripeteva un “miao” monotono e a intervalli molto ravvicinati perché sapeva che la nostra pazienza sarebbe crollata facendolo entrare in casa. Altri, invece, affacciandosi in casa, salutavano con un miagolio che aveva tutta l’aria del “c’è nessuno?” Una delle gattone più docili e affettuose, quando entrava in casa e ci salutava, sembrava Sophia Loren nei panni della pizzaiola de L’Oro di Napoli.

Quando telefono a mia mamma e a mia sorella, riconosco subito l’autore dei miagolii che sento in sottofondo, e so sempre chi è che bussa con le zampette alla mia porta. Chi non ama o non conosce i gatti, non si capacita del fatto che, un gattaro, li distingua dal tono, dal timbro. Quando penso ai gatti che non ci sono più, non rivedo solo i loro colori e i loro occhi, ma ricordo anche le loro voci.

Foto | Flickr

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