La ballata della cagna, una straziante poesia di Esenin

La ballata della cagna, una straziante poesia di Esenin

Ricordo, con orrore, una barbara abitudine che c’era nelle campagne quando ero piccolo: uso l’imperfetto sperando che non ci sia più, anche se a volte credo che da qualche parte continui. Quando nascevano cagnolini o gattini e le cucciolate erano troppo numerose alcuni contadini non si facevano problemi a gettare via i cuccioli, uccidendoli senza starci a pensare più di tanto. Altri tempi, si dirà. E magari poi si commenterà pure che in campagna, in situazioni certo di non agiatezza, avere tante bocche in più da sfamare sarebbe stato un problema. Eppure ho sempre provato orrore dinanzi a questa usanza. Purtroppo da piccolo ho visto contadini che uccidevano i piccoli di cane e di gatto e non potevo dire nulla perché altrimenti avrei ricevuto scapaccioni…

Non è una usanza solo italiana. Il poeta russo Sergéj Aleksándrovič Esenin (1895-1925) nella sua poesia sui cani La ballata della cagna stigmatizza tale abitudine, mettendo in risalto i sentimenti della madre.

Una lettura che deve farci riflettere sui sentimenti che anche i nostri amici pelosi provano.

Sergéj Aleksándrovič Esenin - La ballata della cagna


Al mattino nel granaio
dove biondeggiano le stuoie in fila,
una cagna figliò sette,
sette cuccioli rossicci

Sino a sera li carezzava
pettinandoli con la lingua
e la neve disciolta colava
sotto il suo caldo ventre.

Ma a sera, quando le galline
si rannicchiano sul focolare,
venne il padrone accigliato,
tutti e sette li mise in un sacco.

Essa correva sui mucchi di neve,
durando fatica a seguirlo.
E così a lungo, a lungo tremolava
lo specchio dell’acqua non ghiacciata.

E quando tornò trascinandosi appena,
leccando il sudore dai fianchi,
la luna sulla capanna le parve
uno dei suoi cuccioli.

Guardava l’azzurro del cielo
con striduli guaiti,
ma la luna sottile scivolava
e si celò nei campi dietro il colle.

E sordamente, come quando in dono
le si butta una pietra per giuoco,
la cagna rotolò i suoi occhi
come stelle d’oro nella neve.


Foto | Din Muhammad Sumon

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