Gattari da legare: Viaggi nella Quarta Dimensione

gato escondidoI miei gatti, spesso e volentieri, spariscono. Terrorizzati da sciagure improbabili e paradossali, cominciamo a chiamarli e a guardare in giro per la casa. Niente. Sempre più in apprensione, passiamo al secondo stadio: aprire e chiudere compulsivamente gli armadi e ogni porta, alzando la voce di qualche tono. Terzo stadio: ripassare per tutte le stanze già controllate, riaffacciarsi alle finestre chiamando con vocine suadenti presto soppiantate da vocioni minacciosi. A questo punto, di solito, si forma una fila di gatti allarmati che ci segue miagolando. Quarto stadio: rassegnazione e/o rabbia. Quinto stadio: il gatto riappare magicamente addormentato sulla poltrona davanti alla quale siamo passati venti volte.

Lui è lì, e apre appena gli occhi assonnati, sorpreso per il trambusto: "che è successo? Io ero qui, sono sempre stato qui". Ma dove finiscono, i gatti? Io ho una teoria: portali per altre dimensioni spazio-temporali. Il gatto si proietta nel passato o nel futuro, per cui la poltrona appare vuota. Oppure, il gatto si sposta non solo nel tempo, ma nello spazio, esplorando altri mondi e altre epoche. Altri episodi sono più comprensibili: a volte riusciamo a trovare i mici spariti, ad esempio immersi nel cesto della biancheria sporca, placidamente sdraiati.

In alcuni casi, invece, siamo solo convinti di averli trovati: ho già raccontato di quando parlai per un bel po’ col sacchetto nero dell’immondizia. Anni fa, invece, io e mia sorella usavamo mia madre come cavia per esperimenti di suggestione: posizionavamo un vecchio collo di pelliccia nera (sintetica) tra i due cuscini del suo letto. Dopo di che, aspettavamo. Nel giro di qualche minuto partivano le urla, perché l’unico letto terra di nessuno era il mio, e mia madre non ha mai accettato che i gatti dominassero anche in camera sua. Dopo una bella strigliata, solitamente accompagnata anche da frasi tipo “Guarda! Non apre nemmeno gli occhi! Non gliene frega niente di me che le urlo contro!”, mamma si decideva a prendere la “gatta” dal letto. A quel punto oggetto delle urla, poco convinte in verità, diventavamo noi.

Foto | Flickr

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