Tre poesie di Charles Baudelaire dedicate ai gatti

Il 9 aprile 1821 nasceva a Parigi Charles Baudelaire, l’autore de I fiori del male, libro che creò uno scandalo enorme ai suoi tempi tanto da portare il poeta in tribunale. Un poeta che affascina e ammalia ancora oggi, a poco meno di duecento anni dalla nascita (ne sono 193, ma siamo lì).

Tra le sue poesie alcune sono dedicate ai gatti. Ne Il gatto il poeta paragona l’amore per una donna a quello per un micio. Secondo il poeta gli occhi dei felini e quelli delle donne sono simili: profondi, forse freddi, ma che, in ogni caso, ammaliano.

Charles Baudelaire - Il gatto


Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;
ritira le unghie nelle zampe,
lasciami sprofondare nei tuoi occhi
in cui l’agata si mescola al metallo.

Quando le mie dita carezzano a piacere
la tua testa e il tuo dorso elastico e la mia mano
s’inebria del piacere di palpare il tuo corpo elettrizzato,
vedo in ispirito la mia donna.

Il suo sguardo, profondo e freddo come il tuo, amabile bestia,
taglia e fende simile a un dardo, e dai piedi alla testa
un’aria sottile, un temibile profumo
ondeggiano intorno al suo corpo bruno.


Tre poesie di Charles Baudelaire dedicate ai gatti

In un’altra Baudelaire afferma che le pupille dei gatti sono mistiche: come dargli torto?

I fervidi innamorati e gli austeri dotti amano ugualmente,
nella loro età matura, i gatti possenti e dolci, orgoglio
della casa, come loro freddolosi e sedentari.

Amici della scienza e della voluttà, ricercano il silenzio e
l’orrore delle tenebre; l’Erebo li avrebbe presi per funebri
corsieri se mai avesse potuto piegare al servaggio la loro fierezza.

Prendono, meditando, i nobili atteggiamenti delle grandi
sfingi allungate in fondo a solitudini, che sembrano
addormirsi in un sogno senza fine:

le loro reni feconde sono piene di magiche scintille e di
frammenti aurei; come sabbia fine scintillano vagamente
le loro pupille mistiche.


Baudelaire torna sul tema degli occhi dei gatti, definendoli “viventi opali”, ma si sofferma anche su altri aspetti della bellezza felina, tanto da arrivare a definire il gatto come un dio che “giudica, governa e ispira ogni cosa nel suo impero”.

Che dolce profumo esala da quel pelo
biondo e bruno! Com’ero tutto profumato
una sera che l’accarezzai
una volta, una soltanto!

È lui il mio genio tutelare!
Giudica, governa e ispira
ogni cosa nel suo impero;
è una fata? O forse un dio?

Quando i miei occhi, attratti
come da calamita, dolci si volgono
a quel gatto che amo
e guardo poi in me stesso,

che meraviglia il fuoco
di quelle pallide pupille,
di quei chiari fanali, di quei viventi opali
che fissi mi contemplano!


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