Venerdì 9 ottobre 2026 la spiaggia della Feniglia, a Orbetello, si è trasformata in una scena di dolore silenzioso: una tartaruga liuto è stata trovata senza vita nei pressi dello stabilimento balneare La Zonca, il corpo ancora avvolto nelle reti da pesca che ne avevano causato la morte. Una femmina di circa 180 centimetri di lunghezza, stimata tra i venti e i trent’anni di età, che non è riuscita a liberarsi dall’intreccio di cavi e maglie prima di esalare l’ultimo respiro. Una perdita che va ben oltre il singolo esemplare.
Chi era questo animale e perché la sua morte conta
La Dermochelys coriacea, comunemente chiamata tartaruga liuto, è una delle tre specie di tartarughe marine presenti nel Mediterraneo, insieme alla Caretta caretta e alla tartaruga verde. Si distingue dalle altre per l’assenza di un carapace rigido: al suo posto, una pelle coriacea e flessibile percorsa da creste longitudinali, da cui deriva il nome. È una specie classificata come «Vulnerabile» dalla Lista Rossa dell’IUCN, il che significa che le sue popolazioni sono già sotto pressione su scala globale e che ogni perdita individuale pesa in modo concreto sulla sopravvivenza della specie.
Un esemplare femmina di venti o trent’anni è un animale maturo, probabilmente già riproduttivo. Il fatto che si trovasse nel Mediterraneo in ottobre suggerisce una rotta migratoria attiva, interrotta in modo brutale da qualcosa che non avrebbe dovuto trovarsi sul suo cammino.
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Il ritrovamento sulla spiaggia della Feniglia
A scoprire il corpo sono stati alcuni bagnanti che si trovavano nei pressi de La Zonca, lo stabilimento balneare che si affaccia sulla Feniglia, la lunga striscia di sabbia che chiude a sud la laguna di Orbetello. Le reti da pesca erano ancora visibili attorno all’animale, rendendo inequivocabile la causa della morte: la tartaruga si era impigliata e non era riuscita a risalire in superficie per respirare.
Dopo il ritrovamento, sono state immediatamente allertate le autorità competenti: la Guardia Costiera, l’Ufficio Marittimo di Orbetello e ARPAT di Livorno. La carcassa è stata successivamente trasferita all’Università di Siena, dove verrà sottoposta ad analisi tecnico-scientifiche per documentare le cause della morte e raccogliere dati utili alla ricerca. Un protocollo che trasforma una tragedia in informazione, e l’informazione in strumento di tutela.
La pesca e il rischio di cattura accidentale per la tartaruga liuto
Le catture accidentali — in inglese definite bycatch — rappresentano una delle principali minacce per le tartarughe marine in tutto il Mediterraneo. Reti a strascico, palangari, reti da posta: ogni attrezzo da pesca lasciato in acqua, o recuperato in modo non controllato, può trasformarsi in una trappola mortale per animali che devono necessariamente tornare in superficie per respirare.
La tartaruga liuto è particolarmente vulnerabile a questo tipo di incidente. Si tratta di un animale che compie migrazioni oceaniche di migliaia di chilometri, attraversando acque frequentate da flotte pescherecce di ogni tipo. La sua stessa biologia — la necessità di respirare aria ogni pochi minuti durante le fasi di attività — la espone a un rischio costante ogni volta che si avvicina a zone di pesca intensa.
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Nel caso di Orbetello, l’esatto tipo di rete e la provenienza non sono stati ancora chiariti dalle indagini in corso. Le analisi dell’Università di Siena potranno fornire ulteriori dettagli. Quello che è certo è il risultato: un animale raro, in piena età riproduttiva, è morto per un contatto evitabile con attrezzatura da pesca.
Una specie che attraversa il Mediterraneo da millenni
Vedere una tartaruga liuto sulle coste italiane non è frequentissimo, ma nemmeno eccezionale: la specie frequenta il Mediterraneo soprattutto durante i mesi più caldi, seguendo banchi di meduse di cui si nutre. La sua presenza in ottobre, lungo la costa toscana, indica che l’esemplare era ancora in fase di spostamento, probabilmente diretta verso acque più temperate.
Questi animali esistono sulla Terra da oltre 100 milioni di anni, sopravvissuti a estinzioni di massa e cambiamenti climatici radicali. Oggi la loro sopravvivenza è messa a rischio non da catastrofi geologiche, ma da reti abbandonate, plastica in mare, e una gestione della pesca che ancora fatica a integrare la tutela delle specie non bersaglio. La scheda della specie sulla Lista Rossa IUCN documenta in dettaglio le pressioni a cui la Dermochelys coriacea è sottoposta a livello globale.
Quello che è successo sulla Feniglia il 9 ottobre 2026 non è un episodio isolato né un fatto di cronaca locale destinato a esaurirsi in poche ore. È il segnale di una tensione irrisolta tra attività umane in mare e la sopravvivenza di specie che condividono quegli stessi spazi da molto prima di noi. Le analisi dell’Università di Siena potranno aggiungere un tassello scientifico a questa storia. Il resto dipende da scelte politiche, pratiche di pesca e — non da ultimo — dall’attenzione di chi abita e frequenta il mare.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.






