Una multa fino a 500 euro per non aver lavato la pipì del cane sul marciapiede. Non è una proposta teorica né un esperimento straniero: è quello che prevede l’ordinanza del Comune di Pratola Peligna, in provincia dell’Aquila, che nelle ultime settimane ha acceso un dibattito nazionale sulla multa per pipì del cane in strada e sui limiti — pratici e giuridici — di certe regole di convivenza urbana. Il caso ha già raggiunto il TAR Abruzzo, trascinando con sé domande che riguardano ogni proprietario di cane in Italia.
Cosa prevede l’ordinanza del Comune di Pratola Peligna
Il provvedimento è chiaro nella sua formulazione: i proprietari di cani sono tenuti a dilavare con acqua le deiezioni liquide del proprio animale in tutte le aree pubbliche del comune. Chi non lo fa rischia una sanzione che va da un minimo di 25 euro fino a un massimo di 500 euro. Non si tratta quindi di una multa fissa, ma di una forbice che lascia all’agente accertatore un ampio margine di discrezionalità.
La sindaca del comune ha difeso la misura senza esitazioni, definendola un «segno di civiltà» e dichiarando pubblicamente che non intende revocare l’ordinanza. La posizione dell’amministrazione è netta: l’urina dei cani sulle strade e sui marciapiedi è un problema igienico e di decoro urbano che richiede una risposta concreta, e quella risposta è la bottiglia d’acqua portata a spasso insieme al guinzaglio.
Le criticità pratiche: acqua, anziani e cani di grossa taglia
Il problema, però, non è solo di principio. Le associazioni animaliste che si sono opposte all’ordinanza hanno sollevato un punto difficile da ignorare: mancano i punti d’acqua pubblici necessari per lavare l’urina dei cani. Imporre un obbligo senza predisporre le infrastrutture per rispettarlo è, secondo i critici, una contraddizione che rende la norma inapplicabile nella pratica quotidiana.
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C’è poi una questione di equità. La misura rischia di penalizzare in modo sproporzionato gli anziani e i proprietari di cani di grossa taglia: portare una bottiglia d’acqua capiente a ogni uscita, più volte al giorno, è un onere fisico tutt’altro che trascurabile per chi ha difficoltà motorie o chi gestisce un cane che può pesare quaranta chili. Un Labrador adulto può urinare più volte nel corso di una singola passeggiata, e la quantità di liquido prodotta non è paragonabile a quella di un Chihuahua.
Il ricorso al TAR Abruzzo: le ragioni delle associazioni animaliste
La risposta delle associazioni animaliste non si è limitata alle dichiarazioni pubbliche. È stato depositato un ricorso al TAR Abruzzo con richiesta di sospensiva urgente, un atto che punta a bloccare l’applicazione dell’ordinanza in attesa di una pronuncia nel merito. Le associazioni definiscono la misura «irragionevole, sproporzionata e scientificamente inutile»: tre aggettivi che sintetizzano tre fronti di critica distinti.
Sul piano della ragionevolezza, si contesta che l’obbligo di lavare l’urina — un liquido sterile in condizioni normali — possa essere equiparato alla gestione delle feci, che invece rappresentano un reale rischio sanitario per la trasmissione di parassiti e batteri. Sul piano della proporzionalità, una multa fino a 500 euro appare eccessiva rispetto all’infrazione contestata. Sul piano scientifico, i critici sostengono che diluire l’urina con acqua non elimina gli eventuali agenti patogeni presenti, ma li disperde semplicemente in un’area più ampia.
L’esito del ricorso al TAR non è ancora noto al momento della pubblicazione di questo articolo, ma la sola presentazione della sospensiva indica che le associazioni ritengono esistano fondamenti giuridici sufficienti per mettere in discussione la legittimità del provvedimento.
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Il dibattito più ampio: igiene urbana e diritti dei proprietari
Al di là del caso specifico di Pratola Peligna, la vicenda apre una riflessione più ampia su come le amministrazioni locali gestiscono la convivenza tra spazio pubblico e animali da compagnia. In Italia i cani sono circa sette milioni, e la gestione delle loro deiezioni in ambiente urbano è da anni un terreno di tensione tra esigenze di decoro e libertà dei proprietari.
Le regole più diffuse — raccogliere le feci, usare i sacchettini, rispettare le aree vietate — hanno una base igienica riconoscibile e condivisa. L’estensione dell’obbligo all’urina rappresenta invece un salto qualitativo che molti esperti e proprietari considerano difficile da giustificare con argomenti sanitari solidi. La questione della mancanza di punti d’acqua pubblici è in questo senso emblematica: una norma che non tiene conto delle condizioni reali in cui deve essere applicata rischia di essere percepita come punitiva più che educativa.
Non si tratta di difendere l’inciviltà — chi lascia i marciapiedi sporchi di feci o urina concentrata in zone di passaggio fa un torto concreto alla comunità — ma di chiedersi se strumenti così rigidi siano il modo più efficace per cambiare abitudini radicate. L’esperienza di molte città europee suggerisce che la combinazione tra infrastrutture adeguate (fontanelle, aree verdi accessibili, distributori di sacchetti) e sanzioni proporzionate produce risultati migliori rispetto alle ordinanze percepite come inapplicabili o ingiuste.
Quel che è certo è che il caso di Pratola Peligna non resterà isolato: la polemica ha già raggiunto dimensioni nazionali, e altri comuni potrebbero trovarsi a valutare misure simili. La sentenza del TAR Abruzzo, quando arriverà, potrebbe fornire un punto di riferimento importante per chiunque voglia muoversi in questo territorio normativo ancora poco definito.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.



