Gattari da legare: Noi, sudditi di Bastet

gattaraSono una suddita di Bastet, la dea egiziana dalle fattezze di gatta, questo è lampante. La mia conversione è avvenuta quando avevo pochi anni: mia nonna era già una sua sacerdotessa, e mi iniziò al culto. Niente riti complicati, mi bastava guardarla mentre preparava pentole di cibo e cambiava l’acqua in grandi vaschette. Ogni gatto ha il suo carattere, ripeteva ai familiari, e i “fetenti” esistono anche tra di loro. Quando sentiva un’auto entrare nella stradina, si affacciava al balcone per urlare al guidatore di fare piano, di stare attento ai gatti della colonia. Sì: i vicini la ritenevano una rompiscatole un po’ pazza.

Il mio prototipo della gattara, quindi, è quello che ho avuto sotto gli occhi da bambina: schiva, più frasi gentili rivolte ai felini che agli umani (“gli animali sono meglio dei cristiani” era un’altra frase che sentivo spesso), scandisce la giornata in base ai pasti della colonia. Apre il portone ed è assalita letteralmente da gatti di tutti i tipi, in un turbine di pelo colorato. Da quando si sveglia non fa altro che contare i gatti dal balcone, per assicurarsi che ci siano tutti, che stiano bene. Gli umani le interessano nella misura in cui possono essere una minaccia per la colonia: ritenevo mia nonna ossessionata, ma il destino ha riservato la stessa sorte a noi della seconda e terza generazione.

In un ipotetico culto tributato ai gatti, noi siamo i soggetti: agiamo proteggendoli, nutrendoli, angosciandoci quando orde di bambini, figli di genitori indegni, danno il tormento ai mici. Il gatto è l’oggetto del culto, ovviamente: ci tiene sotto l’incantesimo del suo fascino, ci ricompensa con fusa che lascia cadere dall’alto per gentile concessione. Si fa adorare senza compiere miracoli, se non quello di privare del senno normali cittadini. I gattari sono matti da legare…

Foto | Flickr

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