Gattari da legare: La domenica del gattaro (parte I)

cat bedIl gattaro apre gli occhi. Ha un peso sullo stomaco, ed è un peso peloso; si contorce come ha imparato a fare negli ultimi anni, e riesce a mettere giù i piedi dal letto. Si trascina in cucina, ed è pronto a prepararsi il suo primo caffè domenicale. L’apparentemente inerte peso di un minuto prima si è trasformato in una belva affamata che gli dà testate contro le caviglie. Nel frattempo, svariate paia di occhietti spuntano dal buio dell’appartamento in penombra: sono spettri, ma piuttosto concreti, se uno di questi gli è saltato sulle spalle. Dalla porta finestra che dà sul cortile arrivano miagolii disperati, di gatti che non mangiano da almeno otto ore: “Ma ho fatto piano, come avranno fatto a sentirmi?”, pensa l’ingenuo.

Dopo aver scodellato una dozzina di dosi di riso col merluzzo, che di mattina chiuderebbero lo stomaco a chiunque col loro puzzo, il gattaro sa di avere almeno due ore tutte per sé a disposizione; è felice, non è stato svegliato da rumori improvvisi, nel corso della notte. Questa volta il vaso lo hanno fatto cadere sul tappeto: si è rotto lo stesso, ma senza svegliarlo. “Anche le lettiere non sono in condizioni tragiche”, pensa a cuor contento il gattaro, pulendo la terra del vaso col ficus: in fondo, è concime…

Le due ore sono diventate mezz’ora, perché i gatti non si spazzolano da soli. Bisogna spazzolarli tutti contemporaneamente, perché sono gelosi l’uno dell’altro, e aggrediscono la mano martoriata che osa spazzolare gli altri per primi. Bisogna saper dosare le attenzioni: un colpo di spazzola a te, un graffio a me, un colpo di spazzola all’altro, un altro graffio a me. Si avvicina l’ora del pranzo, e il gattaro sa che inizierà un altro pomeriggio di un giorno da gatti.

Foto | Flickr

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